Salute e malattia nell’era della globalizzazione

Segnaliamo un’interessante intervista di swissinfo a Ilario Rossi in cui parlando di medicina riferita alla salute, pertanto partendo dal concetto di medicina preventiva quale valore di riferimento, ne conuiga l’ interessare antropologico quale cambiamento evolutivo per la salute in un quesito di società e di cultura,  ne fa uno dei settori del welfare state (stato di benessere) in cui lo Stato sociale dovrebbe essere il più sensibile.

L’intervista:

“La medicina integrativa è la soluzione del futuro”  Di Paola Beltrame, swissinfo.ch
Il movimento di popoli, culture, pratiche, tecniche e saperi ha reso oggi più che mai salute e malattia ambiti complessi in cui sono coinvolte non solo la medicina ma anche problematiche civiche e sociali. Intervista all’antropologo Ilario Rossi.

Parlare di salute e malattia oggi non si riassume più alla sola medicina. Per comprendere quanto è importante la presenza delle scienze sociali nel dibattito sulla salute abbiamo incontrato Ilario Rossi, antropologo dell’università di Losanna che da oltre 20 anni lavora anche come mediatore al Policlinico Universitario di Losanna.

swissinfo.ch: Professor Rossi lei si è sempre interessato a problematiche di società e di cultura e in particolar modo alle domande legate al mondo della vulnerabilità umana e alle risposte mediche e di cura che troviamo nella nostra società e altrove. Quanto e perché le scienze sociali oggi sono importanti per comprendere il dibattito sulla salute?

Ilario Rossi: Il fenomeno della mondializzazione ha trasformato la società. E anche il campo della salute, sebbene autonomo, è sempre più in relazione con problematiche civiche e sociali. Quando si parla di salute si parla ben evidentemente di malattia, di patologia, di medicina, ma non solo. Si parla di pubblico e di privato, di economia e di morale, di scienza e di etica e di moltissime altre cose.

Ciò significa che la salute è diventata un campo terribilmente complesso, che non concerne solo la medicina, ma pure la nostra società e che si è incarnato anche nell’immaginario di ciascuno di noi. La salute oggi è un valore di riferimento, è un’ambizione per tutti, donne, uomini, bambini, anziani e da questo punto di vista non può che interessare evidentemente l’antropologia che trasforma la salute in un quesito di società e di cultura e ne fa uno dei campi in cui il sociale è il più sensibile.

swissinfo.ch: Questa mobilità di popoli e culture oltre al concetto di salute ha cambiato anche la rappresentazione della malattia?

I.R.: Si, ma non nel senso che alcuni modi di intendere e percepire la malattia siano contro altri. Quello che stiamo documentando progressivamente nell’ambito dell’antropologia medica elvetica è che l’identità di una persona si sta ibridizzando e pluralizzando in conseguenza.

Oggi vediamo che l’identità di una persona rispetto alla salute si costruisce sempre su tre livelli che si coniugano uno con l’altro. Il primo livello è quello che s’indirizza alla medicina e a quello che la medicina dice, perché il sapere popolare delle scoperte scientifiche proprie alla medicina fa parte del nostro bagaglio comune e tutti ce l’hanno.

Ma questo sapere non è esclusivo. A esso si addiziona un altro livello che è quello dei saperi comunitari e sociali, cioè degli ambiti nei quali noi viviamo. Chi viene dall’Africa veicola anche le sue idee di malattia secondo una logica proiettiva, crede in certe forze e in certe forme di casualità. Ma questo lo troviamo pure in Svizzera.

E il terzo livello, indissociabile e complementare ai primi due, è quello idiosincratico, molto soggettivo che fa si che in funzione delle nostre personali esperienze, sensibilità, interesse, ci costruiamo anche un mondo di salute. Ecco lei coniuga questi tre livelli e avrà un’idea di quello che è un’identità nella salute nell’ambito della nostra società.

swissinfo.ch: In che senso mediazione e antropologia culturale si intersecano e perché la funzione di un antropologo nel servizio socio sanitario è così utile?

I.R.: Perché la medicina non è solo una forma di competenza clinica e terapeutica ma è anche l’espressione di una cultura specifica che integra una visione del corpo, che dà una definizione all’essere umano e che opera sulla base di queste conoscenze.

Ma essa non è neutra e da una prospettiva antropologica l’obiettività della medicina non esiste. Sebbene importante, essa non è la sola istanza legittimata a dire o a sperimentare delle cose sulla salute. Ogni paziente, locale o migrante, ha la sua propria cultura, il proprio modo di intendere e sperimentare la sofferenza, di viverlo o condividerlo con gli altri. Dunque una prima mediazione è quella tra la cultura del medico e del paziente.

Però anche a livello collettivo non dobbiamo dimenticare che oggi noi non viviamo più in società monolitiche standardizzate. Qui in Svizzera, particolarmente in Svizzera romanda, l’area del lago Lemano è diventata un bacino di ricezione di questa cultura della mobilità. Si vive in un ambito di società plurale terribilmente eterogenea, e questo lo si vede nell’offerta delle competenze terapeutiche e anche nel modo attraverso il quale le persone reagiscono alle problematiche di salute e di malattia.

Le do giusto un dato. Nelle ultime votazioni nazionali che riguardavano le medicine complementari, più dell’80% delle persone erano favorevoli. Ciò vuol dire che sta nascendo anche una cultura rispetto alla salute, al benessere, alla gestione preventiva del proprio potenziale corporeo che fa sì che il dialogo tra la medicina e tutte queste nuove forme di presenza nella società siano importanti. E questo è il secondo livello di mediazione nel quale noi lavoriamo.

swissinfo.ch: Nonostante la medicina scientifica offra soluzioni precise e sofisticate, di fronte alla malattia un gran numero di svizzeri sceglie strade alternative. Secondo lei, si tratta di una moda o dietro a queste scelte esistono ragioni più profonde?

I.R.: Dire che è una moda mi sembra un discorso estremamente superficiale che elimina tutta la portata sociale e culturale di questa problematica. Dobbiamo prendere atto che stiamo costruendo delle società plurali nelle quali ciascuno si costruisce secondo le proprie predisposizioni, sensibilità e finalità. E oggi è fuori discussione che il modello veicolato dalla medicina scientifica ha anche altre alternative filosofiche che influenzano il modo in cui entriamo in rapporto con il nostro corpo, con noi stessi, con gli altri e con il mondo. Dunque sono problematiche molto serie legate alla costruzione delle identità.

Secondariamente non bisogna dimenticare che in questa fase storica l’emergenza dell’individuo, questo famoso individualismo che io qualificherei come l’importanza progressiva del soggetto, è la vera rivoluzione della nostra società. Vale a dire che ciascuno di noi diventa responsabile della costruzione di sé stesso.

swissinfo.ch: Una sorta di sfiducia nella parola “paterna” della medicina?

I.R.: La medicina è un punto importante del sociale ma non è esclusivo, e il soggetto costruendo sé stesso va a cercare quello di cui ha bisogno. Non bisogna dimenticare che in ambito medico stiamo assistendo a una trasformazione importante di quello che è il panorama epidemiologico nel senso che anche il tipo di malattia sta cambiando.

Non solo abbiamo un’urgenza riguardo alle malattie infettive – pensi all’internazionalizzazione dell’AIDS – ma stiamo vivendo l’emergenza di malattie cosiddette di civilizzazione: i disturbi psicosomatici, d’adattamento, la sofferenza psichica, la depressione, le malattie croniche, le malattie degenerative, tutte forme di malessere esistenziale che non trovano una risposta puntuale nella medicina.

Prenda ad esempio le malattie croniche, che si possono diagnosticare con la precisione medica ma dalle quali non si può più guarire. Sempre più persone nella nostra società sono condannate a dover condividere la loro vita con una patologia in particolare. E dinnanzi all’espansione temporale del rapporto con la malattia, le persone vanno anche a cercare altre forme di gestione, di risposta al patologico che permetta loro di assicurarsi un benessere esistenziale e una qualità di vita degna di un essere umano.

swissinfo.ch: Che ruolo hanno oggi i mediatori culturali all’interno delle strutture ospedaliere svizzere?

I.R.: La problematica della mediazione culturale o degli interpreti comunitari è emersa in Svizzera agli inizi degli anni ’90 in maniera evidente. Le diaspore diventavano sempre più importanti e le problematiche di salute e migrazione diventavano anche all’interno della medicina un campo di competenza che si stava istituzionalizzando.

Quando si parla di migrazione si parla di internazionalizzazione delle malattie ma pure di percorsi di vita e di traiettorie esistenziali pesanti che hanno delle conseguenze sullo stato di salute delle persone relativamente chiaro. La migrazione è diventata un campo di conoscenze specifiche e si tratta dunque di assicurare la qualità e la trasversalità di queste conoscenze. Uno dei primi risultati in questo ambito è stato riconoscere che per lavorare al meglio come medico, infermiere, psichiatra, psicologo, con dei migranti, bisogna avere una lingua veicolare.

Molte volte la si trova – spagnolo, inglese, tedesco, francese -, moltissime altre volte è impossibile e qui la problematica della comunicazione diventa centrale. Da una quindicina d’anni la mediazione dell’interprete migliora in gran parte la comprensione delle situazioni. anche se può indurre, in minima parte, dei problemi perché la triade è sempre un po’ complicata da gestire.

swissinfo.ch: Due anni fa la camera dei cantoni ha respinto la proposta di assicurare la presenza di mediatori o comunque di interpreti negli ospedali per aiutare i pazienti stranieri. Sono stati fatti dei passi avanti rispetto al 2008?

I.R.: Purtroppo non penso siano stati fatti passi avanti. Le cose son migliorate nel senso che una progressiva sensibilità rispetto a questi temi c’è stata all’interno delle istituzioni e si è già formalizzato l’ambito delle formazioni di questi interpreti comunitari riconoscendolo come un lavoro a sé stante, dunque con uno statuto professionale.

Resta il problema eminentemente politico di chi deve pagarli. E oggi stiamo ancora dialogando per sapere chi tra assicurazione malattie, stato o cantoni, istituzioni, comunità migranti eccetera debba assumere il costo di questa operazione.

Costo che non è così folcloristico, perché l’istituzione nella quale lavoro ha più di 20-25mila consultazioni annue con pazienti migranti, di cui la metà si gestisce senza problemi e l’altra metà implica di cominciare a riflettere sulle problematiche di comunicazione.

Fonte: Paola Beltrame, swissinfo.ch

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